L’importanza della consapevolezza dei ruoli per la felicità.
Nel seminario Light Project si lavora molto sulla consapevolezza dei ruoli.
Che cosa sono i ruoli? E qual’è la loro importanza per la nostra felicità?
I ruoli rappresentano le funzioni sociali che svolgiamo, ci danno un‘identità sociale: ci sono i ruoli professionali, l’avvocato, l’operaio, l’artigiano, ecc… Ci sono quelli che potremmo chiamare “ruoli prestabiliti”, che corrispondono ad archetipi sociali, per esempio, la casalinga, l’intellettuale, il “macho”, la seduttrice, l’artista, ecc. Poi esistono anche i ruoli che corrispondono ai tratti di comportamento che ciascuno di noi assume più spesso, e che finiscono per diventare la nostra identità, come il timido, l’estroverso, la vittima, il carnefice, l’imbranato, la persona sempre felice, ecc. Infine, molto importanti, troviamo i ruoli famigliari: il padre e la madre, i figli e tutti i gradi di parentela a seguire, nonni, zii, ecc. Tutto ciò ha una sua utilità, perché sappiamo “chi” contattare e per quale motivo.
Facciamo qualche esempio: se ho bisogno dell’idraulico, non telefono ovviamente a un tizio che fa l’avvocato, o se il bambino ha desiderio della mamma, fa capricci a non finire quando, ad esempio, va il papà a consolarlo. Ogni ruolo plasma la nostra energia innata e senza forma con una qualità energetica specifica, utile alla funzione che ricopriamo in un certo momento della nostra vita. Noi esseri umani però abbiamo la tendenza a dimenticare chi siamo veramente dietro i ruoli che impersoniamo: così facendo finiamo per identificarci nei ruoli stessi. Qui iniziano i guai.
Se, per esempio, subisco uno smacco a livello professionale e mi sono identificato col ruolo, magari mi sentirò un incapace o un fallito, mentre la realtà è che sono un essere umano intelligente, che ha fatto magari degli errori, ma dai quali può imparare e da cui ha l’opportunità di crescere. Durante il seminario Light Project andiamo a lavorare energeticamente (e con la consapevolezza) sui tre ruoli che sono la base e l’essenza di tutti gli altri. Questi ruoli si formano nell’infanzia, in famiglia.
Il primo di questi tre è il ruolo dell’autorità.
Nella nostra cultura di solito è il papà, anche se sappiamo che, in molte famiglie e per svariati motivi, può essere la mamma a dare la direzione e a decidere per tutta la famiglia. Il nostro rapporto come figli nei confronti del papà (inteso come ruolo del padre o di chi interpreta l’autorità), ossia le dinamiche che sviluppiamo in famiglia nei confronti di tale ruolo, diventano il modello di tutte le nostre relazioni con le autorità sociali (forze dell’ordine, il comune, i professori, il datore di lavoro…), con gli uomini, con la nostra capacità di fare (e di essere) l’autorità, con la capacità di prendere decisioni, di agire prontamente, di avere le idee chiare e un senso di direzione, in sostanza con l’energia maschile (intesa come qualità). Al contrario, il rapporto con la mamma, diventa il modello del proprio rapporto con le donne, con l’emotività, con la sicurezza. Poiché nella vita adulta la sicurezza è rappresentata da casa, lavoro e denaro, e visto che è da questi aspetti che arrivano nutrimento e sostegno, il rapporto con la mamma ha un riflesso anche su di essi.
Ecco che una tensione col ruolo dei genitori può comportare difficoltà in ogni area della vita collegata al ruolo del genitore con cui siamo in tensione. Se, ad esempio, ho delle tensioni col papà, potrei avere tensioni con le autorità sociali, o col mio capo sul lavoro, o con gli uomini in generale, o con me stesso come uomo, se sono un maschio. Se ho tensioni con la mamma potrei avere problemi col lavoro, o con le donne o con me stessa come donna, se sono una femmina. Facciamo ulteriore chiarezza: che cosa intendiamo per autorità?
L’autorità è chiunque sta sopra di noi perché, almeno in teoria, ha le competenze e le capacità di dare la direzione, di decidere a beneficio di tutta la comunità che a lui fa riferimento.
Il ruolo dell’autorità è, quindi, importantissimo. Questo però non rende l’autorità umanamente superiore ai “sottoposti”. In sostanza, il ruolo del presidente del consiglio è più “importante” del ruolo di un operaio, tuttavia l’essere umano che ricopre il primo ruolo è altrettanto importante quanto l’essere umano che ricopre il secondo.
Un altro ruolo fondamentale, che si forma in famiglia e che poi ci portiamo dietro tutta la vita, se non ci accorgiamo di assumerlo e non cambiamo le nostre percezioni, è il ruolo del ribelle.
Il ribelle è il bambino che non si sente sufficientemente amato dai genitori e fa di tutto per avere la loro attenzione. Tale percezione di mancanza d’amore non dipende da quello che fanno i genitori ma da come lui stesso l’ha percepito, o meglio, decide di percepirlo e interpretarlo. Poi, sappiamo, il mestiere del genitore è veramente difficile e tutte le ottime intenzioni della partenza si scontrano con le difficoltà della vita, tant’è che possono esserci anche gravi errori. Non sono, però, gli “errori” dei genitori in sé a creare sofferenza, ma il fatto che, ciò che fa il genitore, spesso anche quando fa “la cosa giusta”, viene percepito come non amore o amore “condizionato”(es: “mi ami anche se prendo 4 in matematica o solo se prendo voti alti?). Questo fa parte del processo evolutivo di differenziazione della personalità. È normale, naturale e persino propedeutico per molti aspetti e fino a una certa età. Di fatto, il ribelle “rompe le balle”, oppure fa il “bravissimo”. Non è ciò che fa che lo caratterizza, ma il fatto che agisce con l’unico scopo di avere attenzione dagli altri, persino rimproveri se ritiene di non potersi meritare altro.
Questo ruolo è quello le cui dinamiche contribuiscono a far scattare in modo concreto il processo di identificazione con qualsiasi altro ruolo che assumerò nella vita, ossia interpreterò qualsiasi ruolo con il solo scopo di essere lodato o criticato, comunque notato, per sentirmi speciale, più amato. Se invece non lo faccio mi sento una nullità, inadeguato o non all’altezza (poverino), quindi non sto bene. Idem dicasi per quando lo faccio, perché è una forzatura. Il risultato è, in entrambi i casi, uno stato di infelicità e, anziché amare me stesso così come sono, cercherò di adeguarmi a ciò che credo mi venga richiesto dagli altri, oppure farò esattamente l’opposto. Tutto questo mi impedisce di fare nella vita ciò che amo e che mi rende felice, di far fiorire la pianta che sono. Vivo nell’illusione che la mia felicità dipenda dagli altri, mentre essa è solo una funzione dell’amore e del rispetto che ho per me stesso, per tutto me stesso.
La felicità è una conseguenza del mio “non identificarmi con ruoli fissi”, una funzione della possibilità di interpretare il ruolo che la mia interiorità è felice di assumere in una data situazione concreta. Questo è anche ciò che mi permette di dare il mio migliore contributo alla vita di tutti coloro con cui vengo in contatto.
Il terzo ruolo è quello del rivoluzionario.
Il rivoluzionario prende i genitori come riferimento, ma decide di fare ciò che lo rende felice e di cambiare ciò che del loro insegnamento non gli piace, non per far loro dispetto (attirare l’attenzione) ma per rispettare se stesso. Lui “sa”, è consapevole che l’amore non c’entra nulla col modo “giusto” o “sbagliato” di interpretare un ruolo. Non cerca di adeguarsi alle richieste degli altri o di contrastarle per avere attenzione, si sente amato dalla Vita. Fa solo ciò che la sua interiorità gli suggerisce e agisce in modo efficace, impara dagli errori e, sbagliando non perde autostima. Vive in armonia con la Vita, essendo in armonia con il “come la Vita mi ha voluto”.
Durante il Light Project avremo la possibilità di riconciliarci col ruolo dei genitori e di scoprire la Via per diventare rivoluzionari. È una Via per l’anima, un vero Processo Iniziatico dove si recupera l’antica sapienza di tale processo com’era per gli antichi, ma in modo nuovo, adatto ed efficace per l’epoca attuale. È un tornare all’inizio, alla consapevolezza dell’essenza incarnata piena di potenzialità che eravamo all’inizio, alla nascita. Questo ci dà l’opportunità di andare oltre e iniziare a conoscere e far emergere nuovi aspetti di noi stessi, oltre che a esplorare nuovi aspetti della realtà. Ci dà anche l’opportunità di agire più facilmente secondo i nostri talenti, sogni e motivazioni profonde. Ci dà la consapevolezza che possiamo scegliere i ruoli che ci rendono felici, entrando e uscendo da essi a seconda delle necessità della vita.
È un nuovo inizio.
Articolo originale a cura di Davide Bernardi



